Usa: Il primo “On the Road” non si scorda mai

Maura Amoroso

Maura Amoroso

Usa: Il primo “On the Road” non si scorda mai

It’s time to leave this town, it’s time to steal away
Let’s go get lost, anywhere in the U.S.A.

RHCP (Road Trippin’)

Prima volta oltre oceano, prima volta in America ma solo due le differenze rispetto ai soliti sali-scendi dagli shuttle in pista, i prendi-e-togli della carta di imbarco, gli apri-chiudi del bagaglio a mano: le ore di volo e le aspettative. Altissime. Roma-San Francisco, con scalo – di quelli che però non ti fanno scendere dall’aereo – a Cincinnati, è un viaggio interminabile, ma siamo in tanti e tutti molto emozionati.

DSC00574San Francisco è una sorpresa, è avvolta nella nebbia la mattina presto anche se è agosto e mentre guardo il Golden Gate sento l’umidità delle scogliere irlandesi e il profumo del mare che invece è lo stesso in ogni parte del mondo. Dal giorno dopo sarebbero diventati il mio ricordo di San Francisco accompagnati dall’incessante schiamazzo dei leoni marini e il gusto dei granchi giganti della Crab House lungo il Pier 39. Da San Francisco si parte in macchina alla volta dei grandi parchi dell’ovest.

I tour sono come quei ristoranti per gourmet in cui ti trovi per caso, mangi pochissimo ma in modo delizioso e di ogni piatto ne vorresti assaggiare ancora un po’, ma poi arriva un’altra prelibatezza e un’altra ancora e allora conservi il ricordo di ogni singolo sapore, di ogni contrasto che ti segna il palato, come il silenzio della Death Valley e il frastuono di Las Vegas, ed è quando arrivi alla fine che il quadro è completo, quando i singoli sapori diventano uno, del tutto nuovo.

Le macchine prenotate sono 7, alcune non hanno il navigatore, qualcuno dice “tanto siamo in gruppo”, io tra me e me dico che ho preparato il viaggio nei minimi dettagli, che ho studiato tutto, ho tracciato i percorsi e segnato i numeri delle strade, e che il navigatore non mi serve. Si perché in America tutte le strade hanno lettere e numeri, non solo le autostrade, anzi le autostrade intese come le nostre non esistono proprio e più ci si avvicina alle città più le corsie aumentano e si moltiplicano, come in quei video degli anni ’80 in cui le immagini si sdoppiavano, e invece più ci si allontana dai centri abitati, più le strade diventano vuote, corrono lunghissime e drittissime tra la polvere, tra le rocce rosse e i laghi azzurri che ricordano Dalì, tra le guglie dei canyon e la terra spaccata e i motel.

DSC00618Passiamo per lo Yosemite National Park che tra le sue sequoie giganti ha sua maestà il Grizzly Giant: 1600-2000 anni e 64 metri di altezza e, con il sole rosso fuoco che tramonta dietro il massiccio liscio e lucente di El Capitan, raggiungiamo Mammoth Lakes. Appena il tempo di adattarsi al rigido clima dei 2000 metri che si parte per i 42 gradi della Death Valley nel Nevada non prima di aver fatto rifornimento di acqua in galloni. Siamo in gruppo ma ognuno è con il suo equipaggio e ci si organizza per soste e fotografie, per una corsa tra le dune, per osservare le orme di un giaguaro, per ammirare Zabriskie Point e quel pezzo di terra “cattiva” in cui non cresce niente perché la terra sa di sale (da Dante’s View inizia la salina che all’orizzonte brilla come il ghiaccio).

Lì nel nulla, quando riemergi dalla depressione più profonda del nord America (86 metri sotto il livello del mare), spunta Las Vegas. Ecco la strada che si moltiplica, le corsie si ribaltano, il rumore è fortissimo. A Las Vegas è sempre notte, a Las Vegas deve essere sempre notte come nelle discoteche del nord Europa, quando alle 3 am fuori c’è il sole ma dentro deve essere buio. Al Casinò Bellagio la migliore bistecca che abbia mai mangiato, ma sono i casinò di downtown i più belli, quelli di Fremont Street soprannominata “Glitter Gulch” per via delle insegne scintillanti dal gusto retrò che confondono la vista (il Golden Nuggets, il Golden Goose o il cowboy Vegas Vic).

DSC00871Dal frastuono del Luxor Hotel ad un motel in perfetto stile Fratelli Coen di “Non è un paese per vecchi”, il Ruby’s Inn a Bryce Canyon. Una cena country, camionisti che vanno e vengono, stivali pesanti sul legno vuoto. Scende la notte sul Canyon e io rimango su una sedia a dondolo scricchiolante sotto la tettoia di legno e non chiudo occhio perché è stupendo. Il Bryce Canyon è infiammato, è un vero spettacolo della natura, è la potenza dell’acqua, del vento e del ghiaccio che plasmano la roccia. Attraversato il parco nazionale di Zion nello Utah, accanto a me due signori cresciuti a pane e western tornano bambini quando entriamo nella riserva Navajo della Monument Valley di Kayenta.

DSC00922La grande pianura brulla e polverosa dominata da un ampio altopiano è interrotta dalle “butte” e dalle “mesas” frutto della continua erosione di acqua e vento. Sembra di sentire il lento incedere delle ruote delle carovane interrotto dal sibilo delle frecce degli indiani che dall’altopiano si preparano ad assalire la diligenza, ed è un rincorrersi di zoccoli ruote e colpi di pistola tra la “Merrick Butte” e la “West Mitten Sentinel Mesa”. E gli Indiani ci sono davvero.

L’ultima tappa prima di lasciare le macchine nella ricchissima Scottsdale dell’area metropolitana di Phoenix è il Grand Canyon. DSC00924Ecco il Grand Canyon non è mai come te l’aspetti. Perchè il Grand Canyon è veramente immenso e il Colorado potente e fragoroso all’improvviso sfugge alla vista, si nasconde, guizza tra le insenature come se fosse un ruscello e poi torna, è un nastro verde smeraldo che lambisce le rocce altissime, e non è né del colore del cielo né di quello degli altri fiumi. Quella profonda fenditura così netta e dura è una ferita, è un vuoto incolmabile che mi mette angoscia. Non ho fatto il giro in elicottero, ho avuto paura. Non ho mai paura.

La mattina ancora prima dell’alba, Phoenix e il “west” sono già un ricordo, siamo su un volo diretto a New York, ma questa è un’altra storia, New York non andrebbe raccontata ma vissuta perché “La bellezza di New York ha una base completamente diversa. È una bellezza inintenzionale. È sorta senza intenzione da parte dell’uomo, un po’ come una grotta di stalattiti. Forme in sé brutte si trovano per caso, senza un piano, in ambienti così incredibili che di colpo brillano di una poesia magica […]” (L’insostenibile leggerezza dell’essere – M. Kundera).

Sul volo per Roma il sapore è già diventato unico è ed talmente netto che dopo anni sono ancora capace di sentirlo. Era agosto 2008.

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